Obbligo PagoPA per i Comuni: cosa prevede la norma

Dall'articolo 5 del CAD al decreto Semplificazione: come PagoPA è diventato obbligatorio per gli enti locali e cosa comporta davvero l'adempimento.

PagoPA non è una scelta tecnologica tra le tante: è la modalità con cui la legge vuole che i cittadini paghino la pubblica amministrazione. Il percorso normativo è stato lungo — dall'articolo 5 del Codice dell'Amministrazione Digitale, che ha introdotto l'obbligo di accettare pagamenti attraverso la piattaforma, fino al decreto Semplificazione del 2020 che ha fissato il termine ultimo — ma l'approdo è netto: dal 2021 l'adesione non è più rinviabile e i pagamenti verso gli enti transitano dalla piattaforma nazionale.

Vale la pena richiamare cosa comporta l'obbligo, perché attorno a PagoPA circolano ancora letture parziali.

E perché l'esperienza di questi anni ha mostrato che il vero discrimine non è l'adesione formale, ormai generalizzata, ma il modo in cui la piattaforma è stata innestata nei processi di lavoro di ciascun ente.

Cosa comporta, in concreto

L'ente deve consentire il pagamento delle proprie entrate attraverso PagoPA: ogni dovuto genera un avviso con il suo identificativo univoco, e il cittadino sceglie liberamente dove pagarlo — online con carta o home banking, oppure nei punti fisici abilitati come ricevitorie, sportelli bancari e uffici postali. Restano fuori solo le fattispecie che la norma stessa esclude, come i versamenti fiscali che viaggiano su modello F24.

Un equivoco frequente riguarda l'identità digitale: per pagare un avviso PagoPA non serve SPID. L'autenticazione serve semmai per l'area riservata dove il cittadino ritrova i propri avvisi e le ricevute.

Sul piano organizzativo, l'adesione passa per il partner tecnologico che collega l'ente alla piattaforma: una scelta che vincola più di quanto sembri, perché da essa dipendono i flussi di rendicontazione che la ragioneria riceverà e la facilità con cui i sistemi dell'ente potranno dialogare con la piattaforma nazionale. Cambiare a integrazione avviata è possibile, ma costoso: meglio scegliere pensando ai processi, non solo al listino.

Ciò che la norma non dice

L'obbligo definisce il canale, non la qualità con cui l'ente lo usa. E la differenza tra adempiere e adempiere bene si misura su aspetti che nessun articolo di legge prescrive.

Sono, non a caso, i punti su cui si concentrano le lamentele di uffici formalmente adempienti da anni: la norma è rispettata, il lavoro manuale è rimasto.

  • Dove nascono gli avvisi: dai processi che generano il dovuto, o da inserimenti manuali che duplicano il lavoro
  • Come tornano gli esiti: la pratica si aggiorna da sola, o l'ufficio insegue i pagamenti su un portale
  • Come si riconciliano i flussi di rendicontazione: in automatico, o a mano a fine mese in ragioneria
  • Che esperienza vive il cittadino: avvisi chiari e ritrovabili, o PDF da cercare nelle email

L'obbligo come occasione

Gli enti che hanno tratto beneficio da PagoPA sono quelli che lo hanno trattato non come un adempimento da chiudere, ma come l'occasione per rivedere l'intera filiera degli incassi: censire i dovuti, standardizzare le scadenze, collegare pagamento e pratica. L'adempimento formale, da solo, sposta il pagamento su un canale nuovo lasciando intatto il lavoro manuale attorno.

La norma, insomma, ha costruito l'autostrada. Decidere se percorrerla con un processo integrato o continuare a fare il carico e scarico a mano ai caselli è la parte che spetta a ciascun ente.

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