IA on-premise nel Comune: cosa significa sovranità del dato

Dove vanno i documenti dell'ente quando l'IA sta in cloud? Sovranità del dato, GDPR e AI Act: cosa valutare tra on-premise e cloud qualificato.

Ogni volta che un ufficio usa un servizio di IA generica in cloud, una domanda dovrebbe precedere tutte le altre: dove stanno andando questi dati? Il testo incollato nella chat — un fascicolo, un esposto, una bozza di atto con nomi e indirizzi — lascia il perimetro dell'ente, attraversa infrastrutture di soggetti terzi e viene trattato secondo condizioni contrattuali che nessuno in Comune ha letto, né tantomeno negoziato.

Il fenomeno ha anche un nome: shadow AI, l'uso informale di strumenti di IA consumer da parte dei dipendenti, fuori da qualsiasi policy. Non si governa vietando — si governa offrendo un'alternativa istituzionale altrettanto comoda, ma progettata per la titolarità pubblica del dato. Perché il divieto puro produce solo clandestinità: le persone continuano a usare gli strumenti che le aiutano, ma senza regole, senza tracce e senza tutele per l'ente.

Cosa dice il quadro normativo

Il GDPR non vieta il cloud, ma impone al titolare — l'ente — di sapere e di governare: base giuridica del trattamento, minimizzazione, rapporti con i responsabili, eventuali trasferimenti fuori dall'Unione. Quando l'IA tocca dati personali in modo sistematico, la valutazione d'impatto è la sede naturale in cui mettere per iscritto queste analisi. Non è burocrazia difensiva: è il documento che permette all'ente di rispondere, domani, alla domanda di un cittadino o del Garante su come i suoi dati sono stati trattati.

L'AI Act aggiunge la prospettiva del rischio: per gli usi dell'intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione chiede trasparenza, sorveglianza umana e governance dei dati proporzionate all'impatto sulle persone. Nessuna delle due norme dice «vietato»: entrambe dicono «sappi cosa stai facendo, e sappilo dimostrare».

On-premise, cloud qualificato e le vie di mezzo

Le opzioni concrete per un Comune sono essenzialmente tre, con gradi diversi di controllo e di impegno. Nessuna è giusta in assoluto: contano la dimensione dell'ente, le competenze interne e la natura dei dati che l'IA dovrà toccare.

  • On-premise: modello linguistico e documenti dentro l'infrastruttura dell'ente; nessun dato lascia il perimetro — la forma più alta di sovranità
  • Cloud qualificato: infrastrutture conformi ai requisiti nazionali per i dati della PA, con garanzie contrattuali e localizzazione dichiarata
  • Modelli ibridi: i dati sensibili restano in casa, i carichi meno critici usano il cloud — a patto che il confine sia progettato, non improvvisato

Le domande da fare prima di firmare

La sovranità del dato non è uno slogan: è una serie di risposte verificabili. Dove risiedono fisicamente i documenti e gli indici che li rappresentano? I dati dell'ente vengono usati per addestrare modelli a beneficio di altri clienti? Cosa succede alla memoria documentale alla fine del contratto — si esporta, in quale formato, con quali tempi? E ancora: chi può accedere ai sistemi per manutenzione, da dove, con quali registrazioni? Le risposte vaghe su questi punti valgono più di mille slide sulla sicurezza.

Chi progetta piattaforme per gli enti locali dovrebbe rendere queste risposte parte del prodotto: comuni.ai, per esempio, prevede l'installazione on-premise proprio perché per molti enti il perimetro fisico è la garanzia più leggibile. Ma qualunque sia la scelta, l'importante è che sia una scelta — scritta, motivata e reversibile — e non l'effetto collaterale di un abbonamento attivato in autonomia da un singolo ufficio.

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